Mobilegeddon di Google: Tremate!

Oggi Google attua il cambiamento dell’algoritmo che si occupa della visualizzazione dei risultati di ricerca.

Perché è così impattante e perché molte testate giornalistiche (anche estranee al settore) ne stanno parlando?

Semplice: da oggi Google penalizzerà i siti che non sono ottimizzati per smartphone, tablet e in generale tutti i dispositivi mobile. La cosa non deve stupire: il web è sempre più mobile e per rendercene conto non servono statistiche ufficiali, ma basta riflettere sulle nostre abitudini: sempre più spesso la navigazione e la ricerca di contenuti sul web avviene da dispositivi mobile.

Fortunatamente a questo link, nella sezione Google Developers, inserendo l’indirizzo di una pagina web è possibile verificare se quest’ultima è ottimizzata per la visualizzazione mobile. Se la schermata che vi appare è simile a questa qui sotto, non c’è niente di cui preoccuparvi: la vostra pagina ha passato il test.

 

Mobilegeddon, Test Mobile

 

Ricordate che stiamo parlando di tutte le pagine indicizzate, non dell’intero sito web. Se avete il dubbio che le vostre pagine interne non siano ottimizzate, vale la pena controllare. Cosa contribuisce invece a far fallire il test? In generale Google ritiene una pagina non ottimizzata quando manca una user experience positiva. Principalmente questo è causato da:

  • contenuti più grandi rispetto allo schermo del dispositivo (comparsa barra orizzontale di scorrimento);
  • link troppo vicini tra loro (difficoltà quindi di eseguire touch precisi);
  • testo troppo piccolo per essere letto.

La risposta a tali problemi? Nel nostro blog ne abbiamo già discusso e si chiama responsive design. In attesa di vedere i primi cambiamenti che l’algoritmo apporterà ai risultati di ricerca (probabilmente già entro la fine di questa settimana), se vi siete resi conto che il vostro sito non è per nulla ottimizzato, per magra consolazione sappiate che siete in buona compagnia… in Italia, a partire dai siti governativi per arrivare a quelli di molte università, la maggior parte non è infatti ancora pronta a questo cambiamento.