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Proteggi il tuo sito con https

Dalla prossima versione, la 56 che dovrebbe essere rilasciata entro fine gennaio, Google Chrome inizierà a dichiarare esplicitamente non sicure tutte le pagine web che utilizzino il protocollo http e che contengono:

  • form per l’immissione di password;
  • form per la raccolta dati relativi a carte di credito.

Se gestisci un e-commerce oppure il tuo sito integra delle aree riservate in cui gli utenti accedono inserendo username e password, questo cambiamento ti riguarda direttamente e potresti essere penalizzato.

Richiedici subito una consulenza gratuita sulle azioni che puoi intraprendere per risolvere questo grosso problema:

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Di seguito puoi vedere esattamente in che modo verrà mostrato l’avviso sulle pagine che non utilizzano il protocollo https:

Perché il protocollo https è così importante?

Le pagine dei domini con certificato ssl valido ed attivo (tradotto: le pagine che iniziano con https://), garantiscono che le informazioni inserite nei form vengano criptate prima di essere trasmesse al server. In questo modo, eventuali dati sensibili come password o dati relativi alla propria carta di credito, non possono essere intercettati da altre persone collegate al tuo stesso network.

Se non gestisco un e-commerce o il mio sito non raccoglie dati sensibili come password posso stare tranquillo?

Non proprio, stai solo rimandando il problema. Ricordati infatti che c’è sempre più sensibilità da parte degli utenti verso tematiche legate alla sicurezza e alla privacy mentre si naviga. In quest’ottica, avere il proprio sito in https, dà maggiori garanzie al visitatore e, col passare del tempo, diventerà un fattore influente anche sul posizionamento.

Il prossimo step da parte di Google sarà, ad esempio, rendere non sicure tutte le pagine http navigate in incognito.

Tutte queste azioni si inseriscono quindi in una visione più ampia che vuole contribuire a rendere il web un posto sicuro per gli utenti.

Se siamo riusciti a convincerti e vuoi saperne di più, richiedici ora un parere preliminare gratuito:

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Mobilegeddon di Google: Tremate!

Oggi Google attua il cambiamento dell’algoritmo che si occupa della visualizzazione dei risultati di ricerca.

Perché è così impattante e perché molte testate giornalistiche (anche estranee al settore) ne stanno parlando?

Semplice: da oggi Google penalizzerà i siti che non sono ottimizzati per smartphone, tablet e in generale tutti i dispositivi mobile. La cosa non deve stupire: il web è sempre più mobile e per rendercene conto non servono statistiche ufficiali, ma basta riflettere sulle nostre abitudini: sempre più spesso la navigazione e la ricerca di contenuti sul web avviene da dispositivi mobile.

Fortunatamente a questo link, nella sezione Google Developers, inserendo l’indirizzo di una pagina web è possibile verificare se quest’ultima è ottimizzata per la visualizzazione mobile. Se la schermata che vi appare è simile a questa qui sotto, non c’è niente di cui preoccuparvi: la vostra pagina ha passato il test.

 

Mobilegeddon, Test Mobile

 

Ricordate che stiamo parlando di tutte le pagine indicizzate, non dell’intero sito web. Se avete il dubbio che le vostre pagine interne non siano ottimizzate, vale la pena controllare. Cosa contribuisce invece a far fallire il test? In generale Google ritiene una pagina non ottimizzata quando manca una user experience positiva. Principalmente questo è causato da:

  • contenuti più grandi rispetto allo schermo del dispositivo (comparsa barra orizzontale di scorrimento);
  • link troppo vicini tra loro (difficoltà quindi di eseguire touch precisi);
  • testo troppo piccolo per essere letto.

La risposta a tali problemi? Nel nostro blog ne abbiamo già discusso e si chiama responsive design. In attesa di vedere i primi cambiamenti che l’algoritmo apporterà ai risultati di ricerca (probabilmente già entro la fine di questa settimana), se vi siete resi conto che il vostro sito non è per nulla ottimizzato, per magra consolazione sappiate che siete in buona compagnia… in Italia, a partire dai siti governativi per arrivare a quelli di molte università, la maggior parte non è infatti ancora pronta a questo cambiamento.